Stefano Russo: dalla passione per la geologia a quella per il cinema
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http://www.alcinema.org/rubriche/ Stefano Russo è uno dei più attivi e valente sceneggiatori italiani per la televisione attualmente in circolazione oltre che un eccellente regista. Negli anni Novanta ha collaborato con Paolo Sorrentino nel cortometraggio “Lo sventramento”, finalista al blasonato Festival Internazione del cinema di Torino. Sempre con Sorrentino ha diretto “Un paradiso”. Nel 1998 la svolta: inizia infatti a lavorare come sceneggiatore per la televisione (Rai e Mediaset). Nel 2002 vince il concorso PescaraCortoScript con la sceneggiatura “Sei quello che mangi”. Dalla sceneggiatura premiata nasce un cortometraggio che vince numerosi premi in Italia e all’estero. Sua è poi nel sua sceneggiatura per il lungometraggio “Il viaggio di Rosa ” che vince l’Endas International Screenwriter Competion. E ora, eccolo impegnato ne “Il soffio della terra”, un toccante cortometraggio riguardante il tema dell’eutanasia che sarà trasmesso al Marabù Club di Napoli domenica 1 marzo alle 19 e 30. Ed è proprio a pochi giorni da questo importante evento che abbiamo avuto il piacere di incontrare Stefano per farci raccontare in esclusiva qualche chicca in merito alla sua nuova pellicola. Dalla passione per la geologia al cinema..Come ti spieghi questo cambiamento?Trovo che la geologia sia tra le scienze quella più “cinematografica”. Si basa, infatti, tra le altre cose, sull'interpretazione del passato geologico attraverso lo studio delle attuali conformazioni del territorio. E tale studio avviene attraverso la visione del paesaggio. A volte si scelgono dei campi lunghi altre dei dettagli molto stretti. Per esempio è fondamentale scegliere un buon punto d'osservazione per individuare una faglia all'interno di una montagna. In poche parole la geologia può allenarti lo sguardo. Chi o che cosa ti ha avvicinato al Grande Schermo?La passione per il cinema è nata, praticamente, insieme a me. Ricordo ancora i pomeriggi passati in sala con i miei genitori quando avevo sei o sette anni. Dopo ogni film che mi aveva colpito, all’epoca soprattutto quelli d’avventura, passavo delle ore a rimuginare, magari inventando finali alternativi o mettendomi nei panni dei personaggi che avevano maggiormente stimolato la mia fantasia. Credo che tutto sia nato dalla mia passione per le storie. Storie che trovo nel cinema e nel teatro, che leggo nei libri, che ascolto dalle persone. Tuttavia tu dal 1998 sei diventato sceneggiatore per la Rai e per Mediaset. Che cosa ti ha convinto a iniziare a lavorare per la televisione?Perché per un giovane sceneggiatore in Italia il cinema è precluso. Per mantenerti l'unica strada è scrivere le soap-opera. L'esperienza televisiva mi ha comunque fornito un'ottima disciplina di lavoro: devi scrivere tutti i giorni, non soltanto quando ti va, e i tempi di consegna delle sceneggiature sono sempre strettissimi. Generalmente come nasce una tua sceneggiatura?Uno dei miei scrittori preferiti, Chuck Palahniuk, ha detto che la scrittura è “raccolta ed organizzazione”. Per quanto mi riguarda, mi trovo completamente d'accordo con questo metodo di lavoro. Toglimi una curiosità: hai compiuto studi specifici nel settore cinematografico?A venti anni ho sentito il bisogno di approfondire la materia e ho seguito un corso di sceneggiatura nella mia città. Credo che quella sia stata un’esperienza fondamentale, perché, oltre a fornirmi gli strumenti teorici di base, mi ha messo in contatto con altri giovani come me, accaniti cinefili. È lì che ho conosciuto Paolo Sorrentino e Ivan Cotroneo. Veniamo a parlare de “Il soffio della terra”, il tuo nuovo cortometraggio. Perché questo titolo?Nicola, il protagonista della storia interpretato da Fabio De Caro, trova le sue risposte solo nella natura e nel contatto con la terra, che a lui manca da anni, visto che si trova bloccato in ospedale attaccato ad un respiratore. Il soffio, e più in generale la respirazione, non è solo un'attività fisiologica necessaria alla sopravvivenza, ma rappresenta per molte religioni il nutrimento anche per la nostra parte spirituale, per l'anima. E mi fermo qui perché il discorso sarebbe troppo lungo. La pellicola parla di un tema molto forte, tra i più discussi soprattutto attualmente.Sto parlando dell’eutanasia .Com’è nata l’idea di trattare un argomento così delicato in un cortometraggio?“Il soffio della terra”, nasce dalla necessità di indagare le motivazioni, se mai possano esistere, che spingono una persona a non voler più vivere. Nicola, il protagonista della nostra storia, è affetto da una grave malattia degenerativa, che probabilmente lo condurrà alla morte, ma, nonostante questo, ha una vita relazionale ricca. Allora per quale motivo decide di non tornare in ospedale? La risposta è racchiusa in una sua battuta: oggi voglio solo provare a vivere. La sua può sembrare una follia, ma non lo è anche l’accanimento terapeutico su un corpo destinato a morte sicura? In fin dei conti la mia opinione non è importante, intendo soltanto porre l’attenzione su un tema di scottante attualità. Quali sono state le maggiori difficoltà che hai riscontrato durante la sua lavorazione?Nessun difficoltà in particolare oltre alle solite che nascono quando si lavora con un low budget. Dove avete girato le scene?Abbiamo individuato le nostre location esterne a Conca della Campania e ad Amalfi, lungo il famoso sentiero degli dei. Per gli interni dell'ospedale abbiamo usato alcune stanze dell'azienda ospedaliera “san Sebastiano e Sant'Anna” di Caserta. Quali sono i momenti di ripresa più toccanti?Sicuramente il finale, nel quale il rapporto tra Nicola e Daniele, il dottore che lo ha in cura, nonché suo migliore amico, interpretato da Entrico Ianniello, arriva ad un punto di forte estremizzazione. Durante una scena in particolare, di cui non voglio parlare per evitare di svelare il finale, ho notato che la troupe era completamente coinvolta da quello che stavamo mettendo in scena. Ora con il senno di poi: quanto sei soddisfatto del risultato ottenuto?Sono soddisfatto, ma sicuramente con un altro budget, o almeno con più tempo a disposizione, avrei potuto girare di più e meglio. Credo che questa sia una sensazione comune a molti registi.
Pubblicazione del: 24-02-2009
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